Con la cultura si cresce….e si mangia

Peccato che i nostri politici sono limitati. Pur avendo un patrimonio inestimabile riconosciuto dall’UNESCO , non hanno ancora capito il potenziale di ciò !!!!……

……Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da “giacimenti di un passato glorioso”, ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l’intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell’occupazione.
L’articolo 9 della Costituzione «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Sono temi saldamente intrecciati tra loro. Perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico. Niente cultura, niente sviluppo. Dove per “cultura” deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per “sviluppo” non una nozione meramente economicistica, incentrata sull’aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto del benessere collettivo e ha indotto, per fare solo un esempio, la commissione mista Cnel-Istat a includere cultura e tutela del paesaggio e dell’ambiente tra i parametri da considerare.
La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall’altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo. Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un’idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell’Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento. La cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell’azione di governo. Dell’intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d’uscita. Problema difficile, controverso e di ardua risoluzione, il tema della tutela e dello sviluppo della cultura in Italia, dovrebbe passare, prima di tutto, attraverso una profonda rivalutazione, della stessa, nella scala dei valori socialmente condivisi. È un fatto. Viviamo in un Paese che ha perduto coscienza delle sue origini e delle sue immense potenzialità, in un contesto, come quello della cultura, che lungi dal diventare trainante e decisivo nella riqualificazione della vita dei cittadini, sta diventando sempre meno familiare e necessario o quanto meno, sentito come tale. Difficile dare, tout court, delle soluzioni concrete ed immediatamente operative, ma sono profondamente convinto che una prima iniziativa dovrebbe passare, necessariamente, attraverso una profonda e ragionata riforma della scuola pubblica. La valorizzazione del corpo docente è il primo decisivo passo, verso una risoluzione sensata dei tanti problemi che affliggono la conservazione del valore della cultura di questo paese. Pagati poco e male, demotivati, precari a vita e vituperati, gli insegnanti della scuola pubblica italiana, primi portatori dei vessilli della nostra cultura, quella nazionale, dovrebbero, letteralmente, essere riconvertiti in qualche cosa di analogo ai loro colleghi europei. Resta il fatto, comunque, che un primo passo deve iniziare da qui. Altra iniziativa, a parer mio, necessaria se non vitale, per ridare ossigeno alla cultura, in questo paese, è la rivalutazione del suo complessivo ed immenso patrimonio artistico, storico e letterario. In verità, quest’ultima risorsa potrebbe rifondere non solo una maggior coscienza delle proprie radici ed origini, ad un popolo che le ha, evidentemente, perse, ma potrebbe veicolare una quantità di risorse finanziarie nelle casse pubbliche, oramai vuote da tempo, che darebbero modo, ad una classe politica responsabile, di creare un virtuoso percorso d’investimento sul territorio che potrebbe dare dei frutti preziosi. Istituendo un fondo fatto di beni artistici imballati e stivati in cantine e depositi dimenticati,di varia natura che a garanzia degl’ investitori produrrebbero una raccolta finanziaria enorme con una sicura garanzia al riparo dalle turbolenze finanziarie di natura economica basata sui consumi , sulla produttività e sulle fonti di energia.

Anche questo è un fatto. La nostra storia culturale, con annessi e connessi, vale oro. O almeno, all’estero vale oro. Da noi costa spazio, fatica nell’ammassare i pezzi in posti in cui nessuno li può ammirare e frustrazione per gli addetti ai lavori, di cui viene mortificata la professionalità e la motivazione nel continuare un percorso di ricerca che potrebbe costituire una svolta, sul piano della rivalutazione culturale di un paese fallito da questo ed altri punti di vista.

Un terzo passo, non meno decisivo degli altri due, sarebbe quello di potenziare la gestione dei beni anche dando in appalto a fondazioni o altri soggetti privati anche esteri, la diffusione e il business che ne deriverebbe chiedendo un piccola percentuale sugl’ utili ma evitando li costi di gestione e al contempo avere un ritorno in termini di marketing dell’ Italia artistica.

E questo attraverso una precisa linea politica che si propone di aumentarne il numero, su scala nazionale, riconvertendo pubblici edifici, oramai in disuso ed adibendoli a luoghi in cui si può studiare e documentarsi, e razionalizzando la distribuzione delle stesse in modo tale da poter comprendere in questo processo, soprattutto i centri più piccoli, posti fuori da un circuito cittadino integrato. Fare in modo, cioè, di trasformare la cultura in tutte le sue forme , in un strumento in cui ci si riunisce per studiare, vedere ,incontrarsi e riorganizzare la vita cittadina.

Se la classe politica non capisce che la soluzione è sotto il naso ,ma è necessario credere nella potenza dell’arte e delle opere che sono testimonianza del valore che fa riconoscere il made in Italy come riferimento per la qualità e la creatività nel mondo, non si partirà mai con un nuovo rinascimento Italiano. Concludendo, se non si prende coscienza che la cultura è l’Italianità, siamo noi, quello che abbiamo fatto e sappiamo, quello che possiamo fare e tutti quegli orizzonti che ci prefiggiamo di raggiungere in futuro, non riusciremo mai a cambiare il destino di questo paese che se, per secoli, è stato considerato la culla della cultura, da tutto il resto dell’occidente, oggi rappresenta solo il timido riflesso di un se stesso che fu.

 

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